Sette giorni

SULLA SCENA – LOCARNO FILM FESTIVAL 78
Le foglie secche di Koberidze e la magia dell’impressionismo
Il campo di calcio come cornice dell’esistenza

Qualche spettatore uscendo attonito dalla sala ha comprensibilmente osservato che i film del regista georgiano Alexandre Koberidze, appassionato di calcio, non riempiranno mai gli stadi. Ma certo non era questo l’obiettivo del regista, nato nel 1984, figura di spicco della nuova ondata georgiana e autore, tra gli altri, di “Let the Summer Never Come Again” e dell’affascinante “What Do We See When We Look at the Sky?” (2022). La trama libera dai vincoli e profondamente poetica dei suoi film, regolarmente premiati nei grandi festival, ha rapidamente catturato l’interesse di un pubblico cinefilo e ancora una volta, con il suo nuovo “Dry Leaf”, non ha mancato di affascinare il pubblico del Locarno film festival.
L’amore che Koberidze nutre per il calcio non ha eguali se non quello che lo porta a fare cinema, inteso come esperienza che apre nuovi orizzonti. Infatti, “Dry Leaf” è una performance visiva davvero fuori dal comune, ambientata nel corso di un pellegrinaggio fra tanti rettangoli di gioco, prati vuoti dove a volte il gioco è solo un sogno o un ricordo. Il suo è un viaggio tenero e talvolta ironico nella Georgia rurale, della durata di tre ore e sei minuti, tra campi umidi e foglie secche.
Nel suo nuovo film il regista manda un anziano alla ricerca della figlia. La ragazza è scomparsa, anche se in realtà ha lasciato un messaggio. Come fotografa, si dedicava soprattutto a quello che avveniva sui campi da calcio nei villaggi georgiani più reconditi. Così il padre si mette in cammino, passando da uno stadio all’altro. «Fa parte della realtà di questo film il fatto che una persona non sia visibile, sebbene sia presente», spiega una voce fuori campo. Ed è necessario prendere questo avvertimento alla lettera.
Le immagini, che si susseguono senza che avvenga mai praticamente nulla, sono tutte fuori fuoco, come se provenissero dallo streaming su YouTube di una connessione molto precaria. Le figure si confondono, i primi piani estremi non aggiungono migliore nitidezza né altri particolari. Koberidze si mette di mezzo per privare consapevolmente lo spettatore della perfezione e della nitidezza delle immagini in alta definizione, che drogano i nostri occhi sia al cinema che in televisione.
Certamente un’esperienza visiva originale, sorprendente, ma anche difficile, perché raramente al cinema, per un tempo così dilatato, si è mai stati così ostacolati nel guardare e nel riconoscere ciò che si è venuti a guardare e a riconoscere.

SULLA SCENA – LOCARNO FILM FESTIVAL 78
A Gaza con Hasan, il materiale ora riscoperto
racconta i colori del passato e interroga il futuro

Ci siamo abituati a pensare Gaza come luogo di distruzione e di sofferenza. Ma soprattutto come un luogo dove ormai da lungo tempo le immagini a causa del conflitto sono rare, distorte e proibite.

Sugli schermi del Locarno film festival questi luoghi tornano ora invece al colore della vita problematica, ma comunque palpitante, che vi si svolgeva fino a non molto tempo fa. E l’occasione ci è offerta dalla possibilità di rivedere il materiale che ha fatto da base alla realizzazione di “With Hasan in Gaza”, il film di Kamal Aljafari che ha aperto la competizione del festival svizzero. La memoria del territorio palestinese torna grazie al ritrovamento di materiale d’archivio, girato nel 2001 nell’enclave palestinese.

Si vede chiaramente il bisogno di testimoniare quello che non esiste più e ciò che esisteva già. La ricerca dell’amico perduto che fa da filo conduttore si perderà presto per lasciare spazio a una specie di cinema verità che offrire a coloro che incontra la possibilità di mostrare ciò un pezzo della loro vita: un pesce appena pescato, un frammento di granata esplosa, un bellissimo cavallo baio allevato con ogni cura.

Il colore dei limoni su una bancarella del mercato, il blu della sedia di un caffè, richiamano alla mente un’epoca in cui la Striscia di Gaza era viva, sebbene già profondamente martoriata dal conflitto. Oggi, come è noto il territorio è quasi solo un campo di rovine. Il film evidenzia il materiale d’archivio sia come strumento di memoria che come prova, chiedendosi cosa possano ancora fare le immagini quando il presente è segnato dalla devastazione.

SULLA SCENA – LOCARNO FILM FESTIVAL 78
Il Dracula di Radu Jude, sarabanda liberatoria
di volgarità, delirio e libero pensiero

Il deserto dei contenuti e la grande crisi della creatività portano a un ricorso sempre più indiscriminato della cosiddetta Intelligenza artificiale. Il regista rumeno Radu Jude è sceso in campo al Festival di Locarno per non farsi scappare l’occasione di mettere in scena i possibili effetti della grande macchina che vorremmo convocare a pensare in nostra vece, applicandone i risultati catastrofici a una realtà impazzita fra radici, voglia di futuro e salto nel vuoto. Come in effetti vede il suo paese oggi.

Il risultato sta in ore di proiezione a ritmi frenetici, trascinanti ed esplosive, straboccanti, brucianti di pulsioni fuori controllo e di brutale tecnologia. Jude, aveva preavvertito tutti prima della proiezione con la sua consueta danubiana ironia. L’augurio era che “Ciascuno potesse trovare almeno un minuto di film che facesse al caso suo”. E non aveva ragione di dubitarne, avendo imbottito il suo Dracula di innumerevoli trovate, parabole, parodie, citazioni e battute secondo gusti molto soggettivi.

Uno sceneggiatore disperato cerca di sperimentare diverse sceneggiature che ruotano attorno al mondo dei vampiri di Transilvania, un tema già ampiamente frequentato e abusato nel mondo dello spettacolo, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ne esce un film mostruoso, di nome e di fatto, grottesco e anche tragico e non solo per la materia trattata. Ma anche un’analisi delle devastazioni e delle brutalità che la società massificata e i social network portano con loro.

ESTNORDEST – IL TRIONFO DI ANJA PLASCHG
Vienna, la ragazzina che si prende tutta l’Opera
La voce di Soap&Skin arde ormai da vent’anni

La festa per i suoi vent’anni sulla scena non poteva brillare più in alto. L’altezzosa Opera di Vienna, gremita fino all’ultimo posto, tutti i biglietti, dal palco d’onore al loggione, esauriti da mesi, ha aperto le sue porte alla ragazzina venuta dalla provincia più profonda. Ha fatto risuonare la sua voce sola. Ruvida e dolcissima, lugubre e luminosa, arcaica e universale. La cantante austriaca Anja Plaschg ha appena compiuto 36 anni, ma già da due decenni ha conquistato un pubblico che la segue con il fiato sospeso.
Nel suo ultimo album (“Torso”), adorato, divenuto in questi mesi quasi un oggetto di culto, presta la sua voce che non potrebbe mai essere confusa con qualche altra voce, anche a composizioni altrui, alla reinterpretazione profonda di grandi classici della canzone.
Cantare e suonare, preferibilmente al buio, per lei è quasi la stessa cosa, deve andare di pari passo. Difficile vederla cantare senza che si stacchi dalla tastiera del suo pianoforte scarnificato e ridotto a un nudo meccanismo con i martelletti a cielo aperto.
Difficile sapere cosa aspettarsi da una voce formidabile, ma soprattutto inconfondibile. La sua voce, profonda e spettrale per tutta la serata tiene in ostaggio l’Opera intera. Il pianoforte risuona senza precipitazione, gli archi e i fiati dell’accompagnamento non si prendono mai la scena.
Malinconica, a volte quasi oscura, eppure dolcissima, passa disinvolta dal calore incandescente al falsetto canzonatorio. E non si lascia mai ingabbiare da un genere, chiede semplicemente di essere se stessa.
Il suo album è ormai già celebrato, e dai bis che hanno concluso trionfalmente la sua esibizione si intravvede già qualcosa di nuovo, ma proprio per questo la celebrazione dei vent’anni sulla scena è stata da molti a Vienna considerata l’avvenimento della stagione.

SULLA SCENA – LA STAGIONE DELLA SCHILLERVEREIN
Musica e parole, Trieste ritrova il Lied
e riapre le porte alla cultura tedesca

Ancora un passo verso l’ultima settimana del mese di giugno, e la stagione concertistica dell’Associazione culturale Friedrich Schiller di Trieste avrà trovato una sua coerente e luminosa conclusione.
In una città dove l’offerta culturale non si fa desiderare e la concorrenza fra le manifestazioni è accesa, mettere in fila, in un intenso semestre fra inverno e primavera, la traiettoria di otto concerti per riportare la grande liederistica sulle rive dell’Adriatico, significava raccogliere una sfida di non poco conto. Riaprire una sala rimasta chiusa negli ultimi anni e ora splendidamente ripristinata nella sua preziosa forma originaria, che per oltre un secolo di storia è stata il cuore dell’identità triestina di lingua tedesca, era forse ancora più arduo. E alternare per alcuni concerti questo spazio ritrovato nel fascino irripetibile della Sala del Trono di Miramare richiedeva ancora un impulso di disinvoltura.
Ma Trieste, anche nella storia della sua cultura, è tutta fatta di ragionati azzardi e di scommesse che il più delle volte si rivelano vincenti. A condizione che a lavorarci qualcuno voglia impegnare le sue energie e la sua immagine. Di questo va dato atto, ora che è quasi il momento di dirsi “missione compiuta”, al direttore artistico della Schiller, Elia Macrì, e a Edvige Tantin, che al timone dell’organizzazione si è impegnata per sostenere il suo impegno creativo.

ALTA QUOTA – TRENTO MONTAGNE E CULTURE
Da Bolzano a Udine si cerca di salvare il salvabile
Ultima chiamata per il mitico urogallo

“(…) Sdraiati nella paglia uno a fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazze. Ma uno quella notte non dormì. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva: Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché? Giacché al mondo siamo tutti paesani».
Le pagine indimenticabili di Mario Rigoni Stern che si leggono nel “Bosco degli urogalli” parlano dell’altopiano di Asiago, di montagne e di guerre. Ma anche di un animale mitico, il re delle Alpi, che non fa parte solo del bestiario immaginario della letteratura, ma rappresenta anche l’indicatore delle nostre montagne.
Il gallo cedrone sta lentamente abbandonando le nostre Alpi lasciandosi alle spalle un territorio definitivamente desolato.
Secondo gli esperti tutte le Alpi occidentali non sono più in alcun modo la sua casa, e il confine della sua permanenza si attesta ora su un fronte fragile e assediato dalla presenza umana, le cime del Trentino Alto Adige.
Da lì in poi, fino alla sua fortezza nella Foresta di Tarvisio, nel cuore del baricentro dove si toccano le tre identità europee, quella mediterranea, quella germanica e quella slava, ai piedi del Mangart, dello Jof Fuart e dello Jof di Miezegnot, dell’urogallo restano comunque tracce sempre più tenui. Questa che rimane fra le aree boschive meglio preservate e meno antropizzate d’Europa proprio dell’urogallo ha l’ambizione di essere la casa e dell’effige dell’animale ha fatto il simbolo del Parco naturale.
Del gallo cedrone si fa un gran parlare a Trento Montagne e Culture, osservatorio privilegiato e luogo di incontro di molti che vorrebbero o almeno dicono di voler salvare le Alpi.

ALTA QUOTA – TRENTO MONTAGNE E CULTURE
Aosta. Ventidue anni. Voglia di libertà, voglia di cinema
Chiara Zoja alza lo sguardo e riaccende quello della partigiana Lola

Nella sua città, che è stata capace di declinare la propria toponomastica esclusivamente al maschile, la stradetta periferica a lei a fatica intitolata sembra quasi l’eccezione utile a confermare una triste regola. E sulle insegne il suo nome, Aurora, si risolve per motivi di spazio in una iniziale puntata che spegne tutta la radiosità di cui è messaggera.
Aostana, partigiana, Aurora Vuillerminaz fu assassinata a ventidue anni dai fascisti il 16 ottobre 1944 al muro del cimitero di Villeneuve.
Nei due imponenti volumi del suo “Donne guerra e Resistenza in Valle d’Aosta “ la storica Silvana Presa lascia capire che per capire la libertà pensare agli uomini è di poco aiuto e ricostruisce fra le altre la breve vita della partigiana Lola, anche grazie alla testimonianza di Raimondo Lazzari, un partigiano del suo gruppo che aveva appena varcato le Alpi, e che riuscì a sopravvivere all’esecuzione di Aurora e di tutti i suoi compagni a Villeneuve. “Creduto morto dai fascisti – spiega la studiosa Serena Del Vecchio – fu lasciato al cimitero, dove venne soccorso da alcuni paesani e salvato dai partigiani, e diventò così un prezioso testimone dell’eccidio e l’involontario biografo di Lola”.
Ora al Trento Festival Montagne e culture una giovanissima regista presenta “Prima dell’aurora”, un cortometraggio per raccontare ai giovani chi è stata la partigiana Lola.

SULLA SCENA – TORNA IL CAPOLAVORO DI EDGAR ULMER
I ragazzi della domenica di Berlino e quelli di Odessa
Un raggio di sole che splende ancora sull’orlo dell’abisso

“Nessun regista ha mai fatto di più con così pochi soldi e in così poco tempo”. Peter Bogdanovich, che fu uno dei più grandi critici cinematografico prima ancora che un grande cineasta, raccontava così Edgar G. Ulmer. Gli inizi della carriera di questo ebreo viennese perennemente in fuga, si perdono nel mito. Nel 1930 firma un film come nessuno ne aveva mai visto prima. In “Menschen am Sonntag” (circolò in Italia con il titolo “Uomini di domenica”), girato quasi cento anni fa, i ragazzi e le ragazze di Berlino fanno precisamente quello che farebbero oggi. Studiano, lavorano, si impegnano. Si precipitano al sole ai primi timidi inizi della bella stagione. Corrono ai laghi che costellano una delle metropoli più verdi del mondo alla domenica.
Nel film non succede niente di straordinario. Eppure ci sono film che sembrano caduti dal cielo, tanto sono insoliti, inediti e unici. Improvvisamente si avverte una ventata di aria fresca, un nuovo atteggiamento nei confronti della vita, una mentalità diversa. Il primo di questi film è proprio «Menschen am Sonntag», girato a Berlino nel 1929, in parte in città, ma soprattutto sul lago di Wannsee. Quattro giovani organizzano una gita e trascorrono la domenica in riva al lago. Una storia quotidiana, animata da gioia di vivere, affetto e allegria, raccontata in episodi vagamente collegati: nuotare nel lago, sdraiarsi sulla sabbia, ascoltare musica, avvicinarsi. Nel mezzo, ci sono riprese documentarie della spiaggia. La macchina da presa cattura dettagli, volti, gesti. Al posto di attori professionisti o addirittura di star, davanti alla telecamera recitano dei dilettanti: persone che «tornano al proprio lavoro dopo il film».

ALTA QUOTA – TRENTO PUNTA IN ALTO
La montagna fa spettacolo e cultura
Sogni e progetti si incontrano al Festival

Montagna sugli schermi, montagna fra le pagine, nelle attività educative, negli incontri e nei dibattiti, nelle mostre e nelle iniziative culturali.
Il Trento Film Festival, in pieno svolgimento fino al 3 maggio, cresce a vista d’occhio, partendo dal cinema e allargando il campo d’azione a ogni aspetto della cultura e della socialità che guarda alla montagna. Una risposta all’esigenza di vedere le altitudini, e non solo quelle alpine, come paradigma di ogni orizzonte estremo, dallo sport alla conquista della libertà, dalla storia alla politica delle genti d’Europa, dall’evasione di chi cerca ristoro e vacanza a impegno per l’ambiente.
Che sia per lo spettacolo, la conoscenza scientifica, la letteratura, la politica, la montagna è forse l’ultimo orizzonte e l’estrema speranza di chi continua a credere in un mondo migliore. Ma per i paesi che fanno riferimento all’arco alpino, è anche la sfida della sopravvivenza economica, della strategia dei trasporti, degli equilibri sempre precari che condizionano il baricentro d’Europa.
Trento in questi giorni di conferma quindi capitale di tutti coloro che guardano da prospettive diverse al mondo della montagna e lo fa segnando una crescita, con un impegno rinnovato e felice anche rispetto alle precedenti riuscite edizioni.

SULLA SCENA – GOEAST A WIESBADEN
Il mitico Caligari accoglie il nuovo cinema dell’Est
Romania protagonista con l’impegno di Ada Solomon

Il nuovo cinema viene da Est, e la ventiseiesima edizione di goEast, il prestigioso festival di Wiesbaden centrato sulla produzione di quella parte di mondo che va dall’Europa orientale fino all’orizzonte dell’Asia continua a offrire risposte intelligenti e strumenti indispensabili di conoscenza.
“Guardiamo l’altro e riconosciamo noi stessi. Questa – spiega la direttrice del festival Rebecca Heiler – è la filosofia alla base di goEast Film Festival. Empatia, la nostra stessa vulnerabilità, guardare verso l’altro e non distogliere lo sguardo, ascoltarsi a vicenda: a Wiesbaden è possibile sperimentare tutto questo, avvicinandosi al festival con l’apertura d’animo che esso richiede. È il mio primo anno come direttrice del festival e sto raccogliendo e portando avanti l’enorme eredità dei miei predecessori in tempi turbolenti. Il diritto internazionale? Gli appetiti delle «grandi potenze» determinano tutto. La pace? Un sogno, lontano all’orizzonte, dopo 12 anni di guerra in Ucraina e con nuove guerre in Medio Oriente, da ultimo in Iran. Trasformazione energetica e riscaldamento globale? Non così importanti, dopotutto. O almeno così sembra. È frustrante; la giustizia su larga scala. Eppure, la gente reagisce, in Ucraina, Georgia, Serbia, recentemente anche in Repubblica Ceca e Slovacchia, e in molti altri paesi – contro l’autoritarismo, l’ingiustizia, la violenza e l’aggressione. “Credo che le circostanze e le notizie tendano a paralizzare le persone. Ma quando guardo alcuni film, qualcosa si mette in moto. I registi sono coraggiosi. Riflettono, agiscono, reagiscono, creano. Lo ammiro profondamente e ho il grande privilegio di offrire una piattaforma a queste creazioni, reazioni, azioni e riflessioni”.