Qualche spettatore uscendo attonito dalla sala ha comprensibilmente osservato che i film del regista georgiano Alexandre Koberidze, appassionato di calcio, non riempiranno mai gli stadi. Ma certo non era questo l’obiettivo del regista, nato nel 1984, figura di spicco della nuova ondata georgiana e autore, tra gli altri, di “Let the Summer Never Come Again” e dell’affascinante “What Do We See When We Look at the Sky?” (2022). La trama libera dai vincoli e profondamente poetica dei suoi film, regolarmente premiati nei grandi festival, ha rapidamente catturato l’interesse di un pubblico cinefilo e ancora una volta, con il suo nuovo “Dry Leaf”, non ha mancato di affascinare il pubblico del Locarno film festival.
L’amore che Koberidze nutre per il calcio non ha eguali se non quello che lo porta a fare cinema, inteso come esperienza che apre nuovi orizzonti. Infatti, “Dry Leaf” è una performance visiva davvero fuori dal comune, ambientata nel corso di un pellegrinaggio fra tanti rettangoli di gioco, prati vuoti dove a volte il gioco è solo un sogno o un ricordo. Il suo è un viaggio tenero e talvolta ironico nella Georgia rurale, della durata di tre ore e sei minuti, tra campi umidi e foglie secche.
Nel suo nuovo film il regista manda un anziano alla ricerca della figlia. La ragazza è scomparsa, anche se in realtà ha lasciato un messaggio. Come fotografa, si dedicava soprattutto a quello che avveniva sui campi da calcio nei villaggi georgiani più reconditi. Così il padre si mette in cammino, passando da uno stadio all’altro. «Fa parte della realtà di questo film il fatto che una persona non sia visibile, sebbene sia presente», spiega una voce fuori campo. Ed è necessario prendere questo avvertimento alla lettera.
Le immagini, che si susseguono senza che avvenga mai praticamente nulla, sono tutte fuori fuoco, come se provenissero dallo streaming su YouTube di una connessione molto precaria. Le figure si confondono, i primi piani estremi non aggiungono migliore nitidezza né altri particolari. Koberidze si mette di mezzo per privare consapevolmente lo spettatore della perfezione e della nitidezza delle immagini in alta definizione, che drogano i nostri occhi sia al cinema che in televisione.
Certamente un’esperienza visiva originale, sorprendente, ma anche difficile, perché raramente al cinema, per un tempo così dilatato, si è mai stati così ostacolati nel guardare e nel riconoscere ciò che si è venuti a guardare e a riconoscere.