ACCADDE DOMANI – L’ASSISE CALVINISTA A TORRE PELLICE
Determinazione e trasparenza alla conclusione del Sinodo valdese
Il pastore William Jourdan alla guida dell’organo di governo

“Non sempre tutto riesce. Non sempre abbiamo le forze. Ma questo non ci impedisce di tentare”. L’atmosfera è densa di aspettative e di emozioni, alle ultime battute del Sinodo dei valdesi e dei metodisti italiani a Torre Pellice. L’applauso fragoroso che accoglie il discorso di investitura del pastore William Jourdan, nuovo moderatore della Tavola, l’organo di governo dei calvinisti in Italia, non segna solo la conclusione dell’assise, ma anche l’apertura di un nuovo capitolo nella storia millenaria dei protestanti nel nostro paese.
Determinazione e trasparenza hanno contrassegnato le ultime battute dei lavori e l’approvazione dei documenti programmatici che portano parole chiare su molti dei gravi problemi che segnano i tempi nostri. Determinazione e trasparenza hanno costituito anche la base del discorso di Jourdan. Un intervento denso di riferimenti storici e culturali (con un richiamo allo straziante poema di John Milton del 1655, con cui il letterato inglese denunciava al mondo le persecuzioni e i massacri in Piemonte dei protestanti italiani), ricco di solidi ancoraggi teologici, ma soprattutto chiaro sugli impegni e sul programma di lavoro che i valdesi intendono darsi per i prossimi anni.
Nato a Pinerolo nel 1982, cresciuto nelle Valli Valdesi, nella chiesa valdese di Luserna San Giovanni, il nuovo Moderatore ha frequentato il Collegio valdese di Torre Pellice, ha studiato teologia a Roma, nella Facoltà valdese di Teologia e, successivamente, a Heidelberg e Losanna. Dal 2010 al 2017 è stato in servizio presso le chiese metodiste di Vicenza e Bassano del Grappa. A partire dal 2017 è pastore della chiesa valdese di Genova Centro. Autore di prestigiose pubblicazioni teologiche, è attivo nel dialogo ecumenico, con significative esperienze in ambito nazionale e internazionale. Sposato con una pastora metodista, hanno un figlio e una figlia.

Il numero zero

SULLA SCENA – LA STAGIONE DELLA SCHILLERVEREIN
Musica e parole, Trieste ritrova il Lied
e riapre le porte alla cultura tedesca

Ancora un passo verso l’ultima settimana del mese di giugno, e la stagione concertistica dell’Associazione culturale Friedrich Schiller di Trieste avrà trovato una sua coerente e luminosa conclusione.
In una città dove l’offerta culturale non si fa desiderare e la concorrenza fra le manifestazioni è accesa, mettere in fila, in un intenso semestre fra inverno e primavera, la traiettoria di otto concerti per riportare la grande liederistica sulle rive dell’Adriatico, significava raccogliere una sfida di non poco conto. Riaprire una sala rimasta chiusa negli ultimi anni e ora splendidamente ripristinata nella sua preziosa forma originaria, che per oltre un secolo di storia è stata il cuore dell’identità triestina di lingua tedesca, era forse ancora più arduo. E alternare per alcuni concerti questo spazio ritrovato nel fascino irripetibile della Sala del Trono di Miramare richiedeva ancora un impulso di disinvoltura.
Ma Trieste, anche nella storia della sua cultura, è tutta fatta di ragionati azzardi e di scommesse che il più delle volte si rivelano vincenti. A condizione che a lavorarci qualcuno voglia impegnare le sue energie e la sua immagine. Di questo va dato atto, ora che è quasi il momento di dirsi “missione compiuta”, al direttore artistico della Schiller, Elia Macrì, e a Edvige Tantin, che al timone dell’organizzazione si è impegnata per sostenere il suo impegno creativo.

ALTA QUOTA – TRENTO MONTAGNE E CULTURE
Da Bolzano a Udine si cerca di salvare il salvabile
Ultima chiamata per il mitico urogallo

“(…) Sdraiati nella paglia uno a fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazze. Ma uno quella notte non dormì. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva: Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché? Giacché al mondo siamo tutti paesani».
Le pagine indimenticabili di Mario Rigoni Stern che si leggono nel “Bosco degli urogalli” parlano dell’altopiano di Asiago, di montagne e di guerre. Ma anche di un animale mitico, il re delle Alpi, che non fa parte solo del bestiario immaginario della letteratura, ma rappresenta anche l’indicatore delle nostre montagne.
Il gallo cedrone sta lentamente abbandonando le nostre Alpi lasciandosi alle spalle un territorio definitivamente desolato.
Secondo gli esperti tutte le Alpi occidentali non sono più in alcun modo la sua casa, e il confine della sua permanenza si attesta ora su un fronte fragile e assediato dalla presenza umana, le cime del Trentino Alto Adige.
Da lì in poi, fino alla sua fortezza nella Foresta di Tarvisio, nel cuore del baricentro dove si toccano le tre identità europee, quella mediterranea, quella germanica e quella slava, ai piedi del Mangart, dello Jof Fuart e dello Jof di Miezegnot, dell’urogallo restano comunque tracce sempre più tenui. Questa che rimane fra le aree boschive meglio preservate e meno antropizzate d’Europa proprio dell’urogallo ha l’ambizione di essere la casa e dell’effige dell’animale ha fatto il simbolo del Parco naturale.
Del gallo cedrone si fa un gran parlare a Trento Montagne e Culture, osservatorio privilegiato e luogo di incontro di molti che vorrebbero o almeno dicono di voler salvare le Alpi.

ESTNORDEST – LA NUOVA GUIDA IN INGLESE
Un cammino difficile tra Giustizia e Memoria
a 50 anni dal processo sulla Risiera di Trieste

Asya Gefter

La storia della Risiera di San Sabba a Trieste non racconta solo le atrocità commesse dai nazisti sul territorio italiano; è anche una riflessione profonda sulla politica della Memoria e sul cinico pragmatismo della diplomazia postbellica.
Sebbene i crimini avvenuti nell’unico campo di concentramento con forno crematorio presente in Italia fossero noti subito dopo la Liberazione, ci vollero più di trent’anni affinché un processo formale giungesse alla sua inevitabilmente deludente conclusione nel 1976.
Oggi, a cinquant’anni da quel verdetto, il confronto con la verità storica rimane una ferita aperta, resa evidente anche durante la recente presentazione alla libreria Ubik di Trieste della versione in inglese di Mark Brady del libro di Tristano Matta, “The Risiera Concentration Camp. From Nazi Occupation to the Trial in Trieste”, edito dalle edizioni di Battello Stampatore.
Come scrive l’autore nella prefazione all’edizione inglese: «A più di dieci anni dalla pubblicazione della prima edizione italiana, ormai esaurita, i fattori che hanno portato ad essa sono ancora presenti. Anzi, si può dire che si facciano sentire ancora più fortemente».

IL DISAGIO DI STUDENTI E INSEGNANTI
La Scuola tra astrazione
e incapacità di dialogare

Anna Segre
insegnante

La scuola italiana sembra avere una particolare difficoltà a confrontarsi con la realtà.
Non con l’attualità, che talvolta è ricercata in modo persino eccessivo, quasi ossessivo: i libri di testo vengono rinnovati ogni due o tre anni con aggiunte frettolose, citazioni da testi usciti da poco, riferimenti a fatti appena accaduti, immagini recentissime. Le assemblee studentesche e le autogestioni sono naturalmente calate nell’attualità, e anche presidi e insegnanti propongono continuamente laboratori e approfondimenti sugli argomenti più disparati.

A BOLOGNA PER CAPIRE L’UMORISMO EBRAICO ITALIANO
Cantoni, Massarani, Formiggini
Ridere per sconfiggere la paura

C’è poco da ridere, eppure per sopravvivere è necessario.
Per questo, e soprattutto in questa stagione, l’apertura della mostra “La Casa del ridere. Alle origini dell’umorismo ebraico Poponesco, Mantova, Modena (1891-1918) al Museo ebraico di Bologna è un appuntamento importante per tutti coloro che vogliono comprendere la vera identità e la complessità degli ebrei in Italia. (…)

Riconoscere la sofferenza
Disegnare le mistificazioni

Gadi Luzzatto Voghera
Direttore Fondazione Centro documentazione ebraica contemporanea


La fame è una cosa orribile. Infliggere fame a singole persone, a famiglie o a interi gruppi umani è un atto immorale che ci interroga tutti. La responsabilità dell’esercito israeliano impegnato in azioni di guerra a Gaza è oggettiva e moralmente inaccettabile, al pari di quella di Hamas e delle sue milizie. In presenza di popolazioni civili sofferenti vanno introdotte tutte le azioni possibili per alleviare la loro situazione, non ci sono scusanti. Va peraltro ricordato che il nostro mondo occidentale e ricco impone da decenni se non da secoli dinamiche economiche che producono fame in vaste aree del mondo.

Proviamo a fare un giornale

Il lavoro dei giornalisti è sempre più spesso inquadrato e soffocato da iniziative editoriali condizionate. Interessi imprenditoriali e istituzionali mirati a condizionare il mondo dell’informazione si fanno sentire in maniera crescente.
Lasciamo spazio ai giornalisti che vorrebbero esprimersi ed esercitare la loro professione in tutta umiltà, ma anche in tutta libertà.
Ogni limitazione alla libertà d’opinione deve essere rara, e giustificata dalla preoccupazione di rispettare la legge e le regole di rispetto reciproco.
Nessun altro limite può essere tollerato. Perché, oggi più che mai, la libertà d’opinione è minacciata.
E il primo dovere di una minoranza è quello di esporsi, di offrire all’intera società la propria visione dei problemi e degli avvenimenti.
Le minoranze che si lasciano intimidire, scelgono di tacere o cedono alla tentazione di rintanarsi nella chiusura, si riducono a essere dei semplici gruppi di interesse.
Proviamo a fare un giornale.

Proviamo a fare un giornale.

Consapevoli dei nostri limiti, ma senza vergognarci delle nostre speranze.

Un giornale a testa alta, per chi ha ancora voglia di scrivere, di leggere e di esplorare.

Un giornale concepito da giornalisti professionisti, ma aperto al contributo di tutti. Sensibile alle istanze del mondo accademico, ma libero da complessi di inferiorità nei confronti di chi dell’accademia fa una questione di potere.

Un giornale dove la voce dei cittadini che incontriamo ogni giorno trovi posto a fianco di quella di studiosi, ma dove l’esperienza di chi vive la vita quotidiana sia in primo piano e le teorie e le lezioni restino sullo sfondo. 

Un giornale fatto da professionisti responsabili, che non delegano a grafomani ed esibizionisti il lavoro di riempire le pagine.

Un giornale che non senta il bisogno dei like e degli incoraggiamenti gratuiti, ma dove ogni lettore possa sentirsi a casa.

Un giornale che riesca a raccontare qualche storia e che si assuma qualche responsabilità.

Per questo abbiamo pensato a un giornale che parta da tre semplici e chiare affermazioni…

GIORNALISMO INDIPENDENTE

Il lavoro dei giornalisti è sempre più spesso inquadrato e soffocato da iniziative editoriali condizionate. Interessi imprenditoriali e istituzionali mirati a condizionare il mondo dell’informazione si fanno sentire in maniera crescente.

Lasciamo spazio ai giornalisti che vorrebbero esprimersi ed esercitare la loro professione in tutta umiltà, ma anche in tutta libertà.

Non sta a noi definire chi sia bravo e chi no nel fare il proprio lavoro. Ma partiamo dall’idea che, con tutti i nostri limiti, vorremmo fare i giornalisti, e non possiamo improvvisarci operatori delle pubbliche relazioni.

Lavoriamo con le parole e con la nostra voglia di raccontare, con la consapevolezza del nostro ruolo e delle nostre responsabilità. 

Se volete incontrarci, cercateci lungo le strade e tra i fatti di ogni giorno. Lontani dagli sbadigli delle sale conferenze.

LIBERE OPINIONI

Un giornale come quello in cui speriamo, deve allargare il campo della libera espressione fino al massimo limite possibile. Proprio in una stagione dove questi confini si restringono a vista d’occhio e vengono inesorabilmente strozzati da poteri grandi e piccoli, è importante riaffermare che le opinioni sono libere.

Ogni limitazione alla libertà d’opinione deve essere rara, e giustificata dalla preoccupazione di rispettare la legge e le regole di rispetto reciproco.

Nessun altro limite può essere tollerato. Perché, oggi più che mai, la libertà d’opinione è minacciata.

CULTURE DI MINORANZA

Molti di noi appartengono a un’identità minoritaria o guardano con interesse a una cultura di minoranza.

La realtà che ci circonda, la componente viva che la caratterizza, non è altro che la somma di molte visioni minoritarie.

Ognuna di questa identità non può limitarsi a rivendicare diritti e riconoscimenti, deve farsi carico anche di responsabilità e di doveri.

E il primo dovere di una minoranza è quello di esporsi, di offrire all’intera società la propria visione dei problemi e degli avvenimenti.

Proprio questa prospettiva, diversa, e alternativa, è la garanzia che ci serve per poter vivere in una società plurale, che tutela il bene comune e difende la democrazia.

Le minoranze che si lasciano intimidire, scelgono di tacere o cedono alla tentazione di rintanarsi nella chiusura, si riducono a essere dei semplici gruppi di interesse.

Non solo mettono in pericolo il proprio futuro, non solo avviliscono le proprie potenzialità, ma soprattutto vengono meno al loro dovere di donare alla società il bene che hanno conquistato o tramandato di generazione in generazione e che non sono più capaci di amministrare.

Proviamo a fare un giornale. Assumiamoci questo rischio, perché, in definitiva, non c’è niente di più pericoloso che sprofondare nel silenzio. Diamo una voce viva alle pagine che ci attendono.